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Il Mito di Venere
La leggenda narra che nel fiume Eufrate cadde un uovo di straordinaria grandezza, che i pesci trasportarono a riva e sul quale si posarono delle colombe, e che, riscaldato, abbia fatto uscire Venere, la quale in seguito è stata chiamata Dea Siri.
Venere (in latino Venus) era una Dea romana, che equivale alla greca Afrodite. Era considerata divinità dell’amore, della fertilità, e della bellezza. Secondo alcuni sarebbe nata non da una unione carnale bensì dal seme di Urano, quando i genitali dello stesso, tagliati dal figlio Crono, caddero nel mare e crearono la spuma dalla quale nacque la bellissima Dea. Altri miti invece narrano che la Afrodite nacque dal mare, da una conchiglia, quindi figlia del cielo e del mare.
Era talmente adorata a Roma che le dedicarono la stella del mattino detta Luxfero, cioè "porto la luce",
Da Platone era considerata la Dea dell’amore puro.
E’ la Dea che governa l'estetica e l’etica, molto vicino all’ideale delle cose e al senso dell’armonia
Suoi fedeli amici erano Eros (Amore) - che in alcune ricostruzioni del mito viene visto come suo figlio - e Imeros (Desiderio).
Quello che la distingueva dalle altre divinità femminili era il suo carattere libero, che scelse sempre chi amare e che non fu mai scelta. Lei ispirava amore, e questo a volte creava armonia e pace, mentre altre volte conflitti e dolore.
Basti pensare alla guerra di Troia, che fu scatenata a seguito di un suo intervento.
Il mito di Venere è di molto interessante perché mostra non solo la potenza dell’amore - il sentimento che lei ispira - ma anche come questo possa agire in due differenti, per non dire opposte, direzioni: da un lato può produrre cambiamenti e trasformazioni in grado di spingere gli individui a scendere nelle profondità delle loro anime e a conoscersi veramente; dall’altro può generare sconvolgimenti e drammi, caos e disordine
In alcune mitologie si legge che Afrodite era anche la regina delle arti. Per essere esatti, però, questa divinità aveva piuttosto il compito di raffinare e di rendere bello tutto ciò che era assoggettato al suo sguardo.
Da lei nasce dunque il culto del Bello considerato come manifestazione suprema dell’idea del Bene.
Le sono care: le rose, il melograno e la mela, il mirto, la pernice la lepre, la colomba e il delfino La Dea Venere, insieme ad altre divinità, la troviamo anche all’interno dei nostri Templ.
Ed infatti, Venere, Ercole e Minerva, rispecchiano rispettivamente il Trinomio Bellezza, Forza e Saggezza, pilastri della Libera Muratoria, che scandiscono il processo formativo nella costruzione del nostro tempio interiore.
Il richiamo alla Bellezza compare nella formula rituale con cui il Secondo Sorvegliante apre e chiude i Lavori: «Che la Bellezza lo irradi e lo compia», «Che la Luce della Bellezza resti nei nostri cuori».
La Bellezza, nel processo iniziatico di noi Massoni ci avvicina alla cultura Estetica, e ci guida anche verso quella dimensione che la nostra ragione non può comprendere.
Non possiamo infatti razionalmente capire perché ci piace un quadro, una scultura o un oggetto di uso comune.
Ma possiamo capirlo se ci approcciamo ad essi con la nostra parte più intima, che è il sentimento.
Quel sentimento che viene dal cuore come entità contrapposta alla ragione e che identifichiamo con l’amore.
Pensate poi alla Bellezza di un gesto generoso. Alla Bellezza di aiutare una persona che ci chiede aiuto. Alla Bellezza di un bacio sulla guancia di un anziano. Alla Bellezza di una stretta di mano. Alla Bellezza di un abbraccio, magari inaspettato. O ancora, alla Bellezza di dire “ti voglio bene”.
La Bellezza non è legata alla razionalità: ma la supera, per quello stesso motivo che fa dire a Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”.
La Bellezza è un rimando al trascendente: è come uno specchio che riflette lo splendore dell’Uno, del Vero, del Buono.
La Bellezza è amore e l’amore sta nel prendersi cura gli uni degli altri, sta nello gioire delle piccole cose, sta nella consapevolezza di essere fragili e vulnerabili, sta nella consapevolezza che si può sbagliare ma si può rimediare, sta nel cercare un equilibrio dentro di noi, l’amore sta nella luce che riusciamo a trasmettere agli altri.
Sant’Agostino diceva: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ecco: tu stavi dentro di me,e io ero fuori. E là ti cercavo. Eri con me e io non ero con te. Mi hai chiamato, e il tuo grido ha squarciato la mia sordità. Hai mandato un baleno, e il tuo splendore ha dissipato la mia cecità”.
Voglio chiudere facendovi fare una riflessione: provate a guardare la Venere di Botticelli e vi renderete conto come questo quadro possa rileggersi in chiave esoterica. Bellissima, nuda, purissima, che si eleva da una grande conchiglia appena uscita dal mare. Ed è proprio quella conchiglia a suggerire quella che può essere la chiave di lettura esoterica. Perché l’artista, fra le tantissime conchiglie che poteva ritrarre ne sceglie una particolare, cioè la conchiglia che veniva usata dai pellegrini che facevano il percorso di San Jacopo de Compostela e che usavano, durante il loro faticoso viaggio, per attingere acqua alle fonti e alle sorgenti. Dunque quella grande conchiglia nel quadro indica... un viaggio; è simbolo di un viaggio...
A chi bussa alla porta del Tempio viene chiesto di fare un viaggio (nel dipinto di Botticelli rappresentato dalla conchiglia), ed entra in un mondo nuovo nel quale sta per fare i primi passi (la terra solida sulla quale la conchiglia è approdata) dove gli è chiesto di affrontare delle prove: quella dell’aria (Zeffiro), quella dell’acqua (il mare, nel dipinto) e quella del fuoco (il drappo portato dalla figura di donna).
Compiuto il viaggio e giunto alla terra nuova chi giunge è come nudo, dinanzi a una terra tutta da scoprire. Nudo come simbolo di purezza.
Sor. G.F. 3:.33^
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